Le regole per la redazione di un Piano di attuazione, per una qualsiasi finalità, prevedono che una parte fondamentale sia la verifica dell’efficacia del piano predisposto, per valutare se la strategia adottata è utile al raggiungimento dello scopo.
I piani di abbattimento hanno lo scopo del contenimento/stabilizzazione della popolazione al fine di limitarne la presenza; il caso analizzato è il Piano per il contenimento del cervo nella Provincia di Belluno.
L’analisi dei dati permette di verificare che l’obiettivo voluto non è stato raggiunto perché, come si dimostrerà in seguito, le dinamiche di crescita delle popolazioni animali sono influenzate da più fattori non solo dalla mortalità, nel caso procurata con lo sparo.
La serie storica delle stime della popolazione di cervo nella Provincia di Belluno, presenta la dinamica illustrata di seguito.
Si ricorda che la stagione venatoria 2018/19 si è chiusa anzitempo per il sopraggiungere di un evento atmosferico di straordinaria intensità.

L’analisi dei dati dimostra inequivocabilmente che la popolazione del cervo è aumentata nonostante il massiccio prelievo effettuato.
In tutti gli anni si verifica un aumento considerevole della popolazione che non dimostra una diminuzione come conseguenza del prelievo venatorio.
È un effetto che si constata in quasi tutti i piani di prelievo e che inficia la buona riuscita di una progettualità che cerca di limitare la presenza delle specie animali.
La motivazione del fallimento non può che essere, se si esamina la situazione con obiettività, che la caccia stessa, poiché non vi sono altri fattori che intervengono nel determinare l’evoluzione della popolazione animale.
Non si può neppure incolpare lo scostamento tra il numero di abbattimenti previsti dal piano rispetto a quelli effettuati, come si osserva nella tabella, poiché il numero di qualche decina in meno non può certamente essere il motivo dell’insuccesso.
Come se aumentando di qualche decina il prelievo, il problema potesse essere risolto.
Il fatto che, però, vi sia un aumento della popolazione è un fattore importante, anzi il più importante poiché le motivazioni che sostengono i piani risiedono proprio sulle conseguenze negative legate alla presenza degli animali in quantità ritenuta soprannumeraria.
La causa del fallimento del piano è la caccia stessa, per le tipologie di conseguenze che sono collegate, e che sono riconosciute come ricadute direttamente imputabili al prelievo venatorio.
In primo luogo, la caccia destruttura l’organizzazione dei gruppi non solo incidendo sulla loro formazione relativamente al rapporto tra individui adulti e giovani ma anche, e soprattutto, turbando con l’attività propria le abitudini etologiche degli animali, spingendoli in aree e zone diverse dalle quelle già frequentate, con ciò aumentando le occasioni di contatto con le attività e le persone di un territorio antropizzato, favorendo le possibilità di attraversamenti stradali.
Quindi l’attività della caccia non diminuisce l’impatto della popolazione sulle attività umane, ma lo amplifica.
Un’altra conseguenza indotta dalla caccia incide direttamente sulla dinamica numerica delle popolazioni, ed è stata studiata in alcune specie libere.
Il contenimento forzato del numero, diminuisce la competizione alimentare e praticamente aumenta la disponibilità di cibo; l’alimentazione è però il fattore preponderante nel determinismo delle popolazioni animali poiché condiziona l’equilibrio fisiologico individuale. La caccia, diminuendo la presenza degli animali, permette ai sopravvissuti di avere a disposizione una maggiore quantità di cibo e sostiene un maggiore metabolismo che si traduce in uno sviluppo sessuale nelle femmine più precoce e fornisce una più alta facilità di sopravvivenza per i cerbiatti. Anche gli individui adulti trovano giovamento dalla maggior quantità di cibo poiché sono in grado di resistere meglio alle avversità atmosferiche e alle eventuali patologie per una capacità di risposta immunitaria più alta.
L’incidenza dell’alimentazione è fondamentale nel sostenere il meccanismo di crescita della popolazione ed è talmente forte che supera il danno prodotto dal prelievo venatorio.
In altre parole, la caccia stimola una maggiore capacità riproduttiva, per cui la diminuzione dei capi provocata dall’attività venatoria viene superata dall’attività riproduttiva.
È questo il motivo per cui i Piani di contenimento/stabilizzazione delle popolazioni con la caccia non danno esiti favorevoli poiché non sono in grado di contrastare la capacità riproduttiva degli animali.
Si deve ricordare che l’inutilità dei piani di contenimento/stabilizzazione non è frutto di un’affermazione ipotetica ma è dimostrata dall’andamento del numero di animali desumibile dagli atti ufficiali.
Vi è un altro modo di descrivere il fenomeno, ed è quello della capacità portante di un territorio, che, praticamente, è un altro modo di rappresentare quanto detto in precedenza.
Se la disponibilità in eccesso favorisce un rigoglio della popolazione animale, la quantità di cibo diventa un carattere di limitazione al crescere del numero.
Con un cibo in quantità costante, la popolazione aumenta fino al limite in cui trova sostentamento; quando le risorse si riducono si innesta il meccanismo inverso rispetto all’abbondanza: diminuisce la fertilità delle femmine, aumentano le morti nei cerbiatti, gli stessi adulti sono meno resistenti di fronte alle patologie. Così il numero si adegua fisiologicamente alla disponibilità alimentare fornita dall’habitat.
Il fenomeno della “capacità portante” di un ambiente è scientificamente conosciuto da moltissimo tempo ed è alla base del funzionamento degli ecosistemi che, in natura e senza l’intervento umano, funzionano basandosi sul tale principio.
Certamente si osserva che alcuni passaggi, quali l’eventuale mortalità giovanile, non sono indolori, ma si deve considerare che si tratta di un fenomeno assolutamente naturale poiché è il sistema limitante con il quale le popolazioni animali si sono mantenute nel corso del tempo, arrivando a stabilire un equilibrio tra le diverse specie conviventi nello stesso ambito o in ambiti vicini.
È il modo con il quale gli ecosistemi si sono sviluppati e hanno vissuto per miliardi di anni.
Quando si affronta il problema delle popolazioni troppo numerose, secondo i parametri umani che danno forte rilievo all’antropizzazione del territorio, sempre più frequentemente, a livello di ricerca scientifica, si sottolinea che non sono gli abbattimenti a migliorare la situazione ma interventi di altro tipo come le sterilizzazioni.
Sistemi di sterilizzazione sono in fase di studio allo scopo di un contenimento efficace ed ecologico, poiché l’intervento ha solo effetti benefici e risulta molto più utile nel tempo rispetto alla caccia.
La sterilizzazione produce un rallentamento della crescita numerica, che utilizza il principio inverso della disponibilità di cibo: poiché impedisce di fatto la riproduzione mantiene una presenza animale proporzionata alla quantità di cibo e non sollecita un aumento numerico. Ha il benefico effetto di non destrutturare i gruppi, di mantenere il presidio degli animali sul territorio senza spingerli in aree di nuova colonizzazione, di non favorire quindi il nomadismo.
A chi obietta che la curva della diminuzione potrebbe essere troppo lenta, si risponde facilmente con i dati che si ricavano dalla stessa programmazione degli abbattimenti: con i piani di selezione non si è diminuito il numero di esemplari presenti sul territorio, ma, come evidenziano i dati forniti a corredo degli abbattimenti, si è avuto un incremento esponenziale del numero dei cervi.
Certamente consentire gli abbattimenti dei cervi sembrerebbe la via migliore per il controllo numerico, però si deve prendere atto che ci sono elementi obiettivi, conosciuti anche da coloro che organizzano i piani di prelievo, che nel periodo 2015/2020 gli abbattimenti dei cervi non hanno portato ad una diminuzione bensì, al contrario, ad un aumento del numero. E i numeri non sono interpretabili.